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Si è spento oggi all’età di 90 anni il grande Dario Fo, attore, scrittore e “sommo giullare”, che attraverso la sua poliedrica esuberanza artistica ha saputo raccontare la contemporaneità con ironia arguta e mai banale, prendendosi gioco dei poteri forti. Il grandissimo corpus drammaturgico, che conta più di 100 opere teatrali tra cui il suo capolavoro “Il Mistero Buffo”, gli valse nel 1997 il Nobel per la letteratura. La motivazione dei giudici recitava:  “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. E allora ode a te o sommo giullare che esci di scena tra gli scroscianti applausi del palcoscenico della vita.

 


Riforma si, riforma no. Da un po’ di tempo non si parla d’altro, in televisione, sui giornali, per strada. Ne hanno parlato i politici, i costituzionalisti, gli esperti, i comici, gente dello spettacolo. Ne hanno dette di tutti i colori e in tutte le salse, ne hanno analizzato i pro ed i contro. Ne ha parlato chi l’ha voluta (Renzi ed il ministro Boschi) e chi invece proprio non la vuole. Hanno cercato di convincerci, ognuno con le sue ragioni, più o meno vere, più o meno demagogiche, più o meno pertinenti, che se vince l’uno e non l’altro sarebbe un disastro. Abbiamo cercato di analizzare i pro ed i contro di ogni parte, così da arrivare il prossimo 4 Dicembre, quando saremo chiamati alle urne, a prendere la fatidica decisione. Quello però che nessuno ci ha detto, è che dietro le leggi scritte, giuste o sbagliate che siano, ci sono delle persone che le devono applicare ed interpretare. E per quanto perfetto o meno sia il regolamento, è sempre subordinato ai giocatori. O che ancora, oggi più che ieri, la globalizzazione e l’economia finanziaria hanno trascinato la politica verso una realtà sempre più “virtuale”, lontana cioè dalle dinamiche reali e concrete della comunità. Così, rifacendoci alla fortunata saga cinematografica dei fratelli Wachowski, ci troviamo anche noi all’interno di una sorta di Matrix. Anche se, a quanto pare, per quante “pillole” (o supposte) ci propinino, sembra che nessuno abbia intenzione di “svegliarci”.

 


#primainostri. E’ questo lo slogan vincente del referendum del Canton Ticino di alzare una barriera nei confronti dei frontalieri stranieri, in particolar modo quelli italiani, che ogni giorno attraversano il confine per andare a lavorare in Svizzera con agevolazioni economiche e di opportunità considerevoli. Una condizione questa, mal digerita dai “locali” che hanno deciso di appoggiare la proposta della destra nazionalista che decreta, in caso di una posizione lavorativa aperta,la “priorità” per i residenti in Ticino, che avranno dunque una via privilegiata nei confronti dei lavoratori stranieri. Un atteggiamento, questo, che mal si sposa con la politica europeista del libero mercato e che va ad aggravare una posizione già precaria di stabilità tra i membri della Commissione Europea ed il governo elvetico.

 

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